Canta che ti passano…
...tutti i problemi di salute

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Sezione:    benessere      Autore:   Miriam

Cantare è un’autentica “medicina”. Fa bene al cuore, alla respirazione e all’umore. Secondo uno studio inglese condotto su 12 mila volontari. Le vibrazioni sonore migliorano la funzionalità del sistema cardiovascolare e aumentano l’assunzione di ossigeno da parte dell’organismo. Inoltre, riducono lo stress e stimolano la ventilazione dell’apparato respiratorio, rendendolo più resistente ai batteri. E non finisce qui: lo studio ha rilevato che il canto allena la coordinazione migliora le attività dei neuroni nel cervello, incrementando la capacità di concentrazione. Per ottenere dei benefici, l’ideale è cantare un paio d’ore ogni settimana. Meglio se in coro: ti diverti, migliori il benessere e fai anche nuove amicizie.


"La pioggia nel pineto" da "Alcyone"

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Sezione:    cultura      Autore:   Angela

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell'aria secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immensi
noi siam nello spirito
silvestre,
d'arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, Ascolta. L'accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall'umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s'ode su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
è muta: ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell'ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
( e il verde vigor rude
ci allaccia i melleoli c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani

ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione.


"La pioggia nel pineto" di D'Annunzio

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Sezione:    cultura      Autore:   Angela

“La pioggia nel pineto”rappresenta lo sciogliersi del soggetto nel paesaggio attraverso una valorizzazione del rapporto sensoriale con esso. Sorpreso con l’amata dalla pioggia nella pineta nei pressi di Marina di Pisa, il poeta si concentra sui suoni prodotti dal cadere dell’acqua sulle diverse varietà di vegetazione e dal verso di alcuni animali, ricostruendo il tessuto sinfonico attraverso un verseggiare frantumati, tramato di riprese foniche.
Il testo rappresenta la consueta vicenda di fusione col dato naturale, fino alla vegetalizzazione dell’uomo.
La data di composizione di questa poesia non è ben nota però può attribuirsi quasi con certezza al periodo che va dalla metà del luglio alla metà di agosto del 1902. Le immagini che reggono il componimento sono già raccolte in un taccuino con la data 2 luglio 1899. D’Annunzio recupera in un momento successivo gli spunti fissati in prosa con immediatezza e li rielabora poeticamente.
Il componimento è costituito di quattro strofe di trentadue versi ciascuna. I versi alternano misure oscillanti dal ternario al novenario, con una prevalenza di senari.
Il dato oggettivo narrato è certamente elementare: un uomo e una donna sono colti da un temporale mentre si trovano in una pineta. A caratterizzare il significato artistico del componimento è soprattutto la spiccata musicalità.
Tale musicalità si basa sul fitto sistema di rime ed è favorita dall’impiego di versi brevi e brevissimi. Tale brevità non serve mai a isolare e valorizzare un singolo elemento lessicale o sintattico: D’Annunzio non spezza il fluire del discorso, ma cerca di garantire la massima scorrevolezza musicale. L’immersione nel grande evento atmosferico della pioggia estiva diviene per i due protagonisti l’occasione di fondersi alla natura, entrando quasi magicamente a farne parte. Continui nella poesia sono i segni di scambio tra natura e uomo. Nel corso del componimento la natura si trasforma in una immensa orchestra: ogni tipo di vegetazione rappresenta uno strumento diverso che le dita della pioggia suonano. Alla fine della seconda strofa la donna si trasforma in un oggetto internamente naturale, vegetalizzandosi.
Nella parte centrale della quarta strofa si dirà che entrambi i protagonisti si naturalizzano e vegetalizzano così che il loro cuore diventa come una pesca, gli occhi come sorgenti in mezzo a un prato, i denti come mandorle.
Proprio la naturalizzazione dell’umano e l’antropomorfizzazione della natura sono tra i caratteri distintivi della poetica simbolistica.


La betulla magica

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Sezione:    favole      Autore:   Angela

C’era una volta una coppia di vecchietti molto povera. Un giorno, la vecchietta si accorse che mancava la legna per accendere il fuoco e disse al marito:
“Vai a far legna nel bosco! Taglia il legno di una betulla così ne avremo per un po’ di tempo!”
Così, il vecchietto andò nel bosco, trovò una betulla dal tronco bello grosso e iniziò ad abbatterla con la scure.
“Hey! Non si colpisce così un albero secolare come me!”, disse una voce.
“Eh?! Come?! Chi è che parla?”, rispose il vecchietto impaurito.
“Sono io, la betulla!”
“Oddio, sono diventato matto!”
“No, non sei matto, io parlo perché sono un albero molto antico, l’aver assistito a tante vicende nel corso dei secoli mi ha donato grande saggezza e qualche potere magico. Se rinuncerai ad abbattermi, ti prometto che esaudirò un tuo desiderio”
“Vorrei tanto fare una bella cena con mia moglie!” sospirò il vecchio.
“Così sarà!” sentenziò la betulla.
Il vecchio si avviò verso casa senza troppa convinzione.
Arrivato sulla porta, la moglie lo accolse con un sorriso enorme: “Marito mio, guarda com’è imbandita la nostra tavola, è un miracolo!”.
I due vecchietti mangiarono tortellini, pastasciutta, arrosto, prosciutto, formaggi, dolce, gelato e frutta. Mentre mangiavano, il marito raccontò alla moglie della betulla magica. Quando furono sazi, la vecchietta gli disse:
“Ora torna dalla betulla e chiedile di darci una valigia piena di monete d’oro!”.
Il vecchietto andò, faticò un po’ per convincere la betulla ad esaudire un secondo desiderio, ma quando tornò a casa trovò la moglie che contava le monete. “Guarda, siamo ricchi! Ora però bisogna nascondere tutto quest’oro! Nessuno deve sapere che custodiamo questo tesoro in casa!”, disse la vecchietta.
“Giusto!”, rispose il marito, “Nascondiamolo, così nessuno potrà rubarcelo.” Pensarono, ripensarono e infine nascosero l’oro dentro il materasso.
Cominciarono a vivere da veri signori, erano felici di essere diventati ricchi, ma allo stesso tempo il terrore che qualcuno potesse derubarli li tormentava. Quelle monete d’oro stavano diventando un vero tormento: avevano trovato la ricchezza, ma avevano perso la serenità.
Un giorno, la vecchietta ebbe un’idea: “Marito mio, và dalla betulla e chiedile che nessuno si avvicini al nostro oro.”
Il vecchietto tornò nel bosco e, giunto davanti alla betulla magica, disse: “Betulla, fai in modo da non far avvicinare nessuno al nostro oro, così da allontanare chiunque voglia derubarci della nostra ricchezza!”
La betulla magica lo guardò sconsolata per qualche secondo e disse:
“Ti avevo concesso un desiderio, ma non ti sei accontentato e me ne hai chiesto un secondo. Ora sei qui a chiederne un terzo. Ti accontento ancora una volta, ma sono certa che presto me ne chiederai un altro, e quel giorno sarà un giorno triste per te”.
Quando giunse a casa, il vecchietto disse alla moglie:
“Grazie alla betulla magica da questo momento saremo al sicuro.”
Fu proprio in quell’istante che intorno alla casa dei due vecchietti cominciarono a crescere degli altissimi rovi. I rami erano così fitti che nemmeno la luce del sole riusciva a passare, e il muro era così alto che i due vecchietti non riuscivano a vederne la fine.
In un primo momento si sentirono davvero al sicuro, nessuno poteva passare tra quei rovi.
Dopo qualche giorno di tranquillità iniziarono però a sentirsi soli: i loro amici non potevano più avvicinarsi, e loro non riuscivano ad uscire: allora capirono che la betulla li aveva puniti per non essersi accontentati di tutto quello che già aveva concesso loro.
I due sventurati iniziarono a urlare forte, in modo da farsi sentire dalla betulla magica:
“Betulla! Annulla l’incantesimo: siamo ricchi, è vero, ma così soli che nemmeno tutto l’oro del mondo potrebbero farci felici!”
La betulla, da lontano, rispose con un sorriso triste. Ondeggiando i suoi rami fece un’ultima magia. La prigione di rovi attorno alla casa dei vecchietti sparì d’incanto, ma con essa sparirono anche le monete d’oro:
“E’ un peccato che certi uomini non si sappiano mai accontentare” pensò la betulla, poi si addormentò tranquilla.
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