Tafferuglio: zuffa confusa di molte persone in cui si adopera anche la mano (per scrivere)
- Redazione

- 12 gen
- Tempo di lettura: 3 min
Tafferuglio, uno dei gruppi di 100 IDEE, raccontato da Officina della Produzione

Abbiamo preso tra le mani/per le mani/per il collo Tafferuglio, una rivista che decise di nascere senza chiedere permesso. La leggenda dice che nacque a Milano, ma è più probabile che Milano sia nata dentro di lei. Tafferuglio non racconta la città: la rimescola, la mastica, la digerisce, poi la restituisce in forma di frammenti, vignette, refusi, provocazioni. Tafferuglio salpa da Porto di Mare M3 e si muove navigando tra i quartieri di Milano sfidando il concetto stesso di realtà, invade il campo del reale stando sempre sul filo del fuorigioco, tra ciò che c’è e ciò che avrebbe potuto esserci — Porto di Mare, San Siro, o il prossimo quartiere che si sveglierà con il mal di realtà.
I redattori (che non esistono, ma scrivono comunque) si presentano con nomi fittizi e biografie inventate: Vincent Crema, Procopio Zito, Lina Deguà Tetza, Massimo Supporto sono solo alcuni dei reporter e delle celebri firme di Tafferuglio.
La redazione aperta è uno degli elementi distintivi del progetto. Non esiste un gruppo fisso di autori, ma una comunità fluida di persone che si incontrano per scrivere, discutere e costruire insieme ogni numero. È un laboratorio esplosivo di idee saggiamente miscelate in cui la distinzione tra redattore e lettore si dissolve, lasciando spazio a un processo partecipativo, inclusivo e condiviso. La fanzine diventa così un luogo di confronto, in cui voci, menti e immaginazioni diverse si intrecciano per produrre una narrazione collettiva. Tafferuglio esplora Milano dal basso, raccogliendo storie, immagini e testimonianze dai suoi quartieri, dagli spazi di margine e dalle realtà sociali meno visibili. Ogni numero è un’inchiesta corale che restituisce la complessità urbana attraverso uno sguardo critico e sensibile. La fanzine diventa così non solo un prodotto editoriale, ma uno strumento di ricerca e di ascolto, capace di raccontare la città in trasformazione attraverso le esperienze di chi la vive.
Come avete potuto sentire, sfogliare Tafferuglio è un delirio sapiente, curato nella sua forma cartacea per veicolare in maniera goliardica e satirica disorientamento e riflessione critica. Le pagine odorano di premeditazione e dolo, di conflitti necessari proposti con la lucidità di chi non solo sfida la realtà ma ne analizza criticamente le sue contraddizioni. È una rivista che ti chiede di leggerla storto, di fianco, con un occhio chiuso e uno spalancato sulla mitologia urbana dell’ordinario, glorificando la normalità, o normalizzando lo straordinario.
Ogni tafferuglio esplora i dintorni di una fermata della metro, il suo territorio e chi lo abita, a contorno una passeggiata esplorativa che raccoglie testimonianze di chi quel quartiere lo vive e ne tramanda i racconti, concreti e leggendari, analizzandone confini, distorcendo la tradizione, immaginando nuove possibilità.
È la voce di chi si è perso e ha deciso di restarci. L’umorismo è anarchico, surrealista, pensato per spiazzare.
"Una rivista realista per una città surreale", dicono loro. Ma la verità — se ancora vale questa parola — è che Tafferuglio non è una rivista: è un incidente urbano ben riuscito, un corto circuito cartaceo tra arte e asfalto, tra la rabbia e la nebbia.
È la prova che, a Milano, anche i pensieri hanno bisogno di saltare i tornelli.
E se vi capita di trovarla — perché Tafferuglio non si compra, si incontra — apritela piano, con rispetto: potreste trovarci dentro un pezzo di voi.
Così si presenta Tafferuglio: uno sfrusciante movimento di pagine, perché è una fanzine rigorosamente cartacea, ma anche un movimento di persone autentiche, libere e senza particolari velleità. Tranne una. Surrealismo sul realismo.
Tafferuglio resta un imbroglio
Così come questo articolo

Testo di Officina della Produzione




Commenti